La pittura a fresco

La pittura a fresco, che costituisce una gloria dell’arte italiana, è considerata la più impegnativa fra le tecniche artistiche. Benché i materiali siano semplicissimi (sabbia, calce, acqua, terre colorate), l’esecuzione esige una prontezza che deve tradursi in quel modo sicuro e risoluto, di cui parlava il Vasari.

Lo stesso Michelangelo la definì “la pittura degli uomini”, volendo significare che essa impegna al massimo le capacità e le risorse dell’esecutore. Infatti per dipingere ad affresco bisogna avere padronanza del mestiere, abilità e decisione, oltre che capacità  di comporre su grandi superfici. A sua volta Cennino Cennini scrisse che “ l’affresco è il più dolce e il più vago lavorare che sia” perché esso dà straordinaria emozione e soddisfazione.

L’affresco è stato impiegato in ogni epoca nei paesi mediterranei ed è il sistema pittorico che ha resistito più a lungo nei tempi. Plinio e Vitruvio sono le fonti più autorevoli per la pittura murale romana; nel Medioevo abbiamo testi di Cennino Cennini e nel Rinascimento di Giorgio Vasari. 

Col termine “ a fresco” o “ buon fresco” si intende la pittura murale nella quale i colori vengono stemperati in acqua e stesi sopra un intonaco fresco, ossia appena steso. Così operando, per reazione tra la calce dell’intonaco e il carbonio dell’aria, i colori vengono a fissarsi fino a divenire insolubili e acquistano una forte solidità. Questa reazione chimica prende il nome di “ carbonatazione della calce”, cioè l’idrato di calcio si combina con l’anidride carbonica e si ottiene carbonato di calcio + acqua che evapora. Nella fase di asciugamento della malta, l’acqua che va verso l’esterno porta alla superficie dipinta buona parte dell’idrossido della calce per formare quella pellicola che diventerà carbonato di calcio colorato.